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Studio di Psicologia e Psicoterapia - Roma
           Dott.ssa Ida Lopiano e dott. Arturo Mona, psicologi - psicoterapeuti

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     Le risposte dell’esperto: a cura del dott. Arturo Mona e della dott.ssa Ida Lopiano

In questo spazio verranno pubblicate le risposte ad alcune domande rivolte allo psicologo da chi necessita di chiarire dubbi, soddisfare curiosità o semplicemente ricevere informazioni su temi di psicologia e problematiche psicologiche.
Il vostro indirizzo e-mail verrà utilizzato soltanto per inviare una risposta in privato.
Le risposte alle domande più frequenti verranno pubblicate sul sito (in forma completamente anonima).
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  • Lo psicologo può somministrare farmaci?
    Lo psicologo non può in alcun caso somministrare farmaci, poichè non è un medico.
  • Durante una psicoterapia devo prendere farmaci?
    Intraprendere un percorso di psicoterapia non implica il dover assumere farmaci e comunque non è lo psicoterapeuta ma lo psichiatra a decidere sull’opportunità di un trattamento farmacologico.
  • Lo psicologo e lo psicoanalista sono la stessa cosa?
    No, poichè lo psicologo è il laureato in psicologia, mentre lo psicoanalista è lo psicologo che ha conseguito una specializzazione post laurea in psicoterapia ad indirizzo psicoanalitico.
  • Quanto dura una psicoterapia?
    La durata di una psicoterapia dipende sia dall’orientamento teorico del terapeuta, che dalle esigenze e problema specifico del paziente. Una psicoterapia breve può durare 20 incontri e portare al raggiungimento degli obiettivi fissati, o può durare uno o più anni.
  • In cosa consiste la consulenza psicologica?
    la consulenza è una fase spesso preliminare alla psicoterapia, che serve al terapeuta per capire le aree  problematiche della
    persona con cui lavora, ossia per individuare il problema specifico: questa fase è importante soprattutto quando la persona si sente confusa rispetto a ciò di cui ha bisogno e alle proprie difficoltà. Di solito per ogni persona che desidera iniziare un percorso di terapia è prevista una prima fase di consulenza  che può esitare in una psicoterapia, qualora paziente e terapeuta lo ritengono opportuno (chiaramente la decisione è principalmente del paziente), oppure terminare, se la persona ritiene di aver chiarito ogni suo dubbio rispetto al problema che sta vivento e non ritiene necessario un intervento ulteriore. Personalmente durante la fase di consulenza, oltre al colloquio, somministro dei brevi questionari, i risultati dei quali vengono riportati e discussi insieme alla persona con la quale lavoro.Una volta terminata la fase di consulenza esprimo al paziente la mia personale opinione rispetto a ciò che ritengo sia opportuno per il caso specifico (continuare o concludere l'intervento). Ovviamente la decisione di proseguire o meno è del paziente.
  • Qual’è il costo di una psicoterapia?
    Nel fissare la tariffa per una consulenza o una psicoterapia lo psicologo deve attenersi al tariffario dell’Ordine professionale. Il costo medio è di  circa 50 euro a seduta.
  • Come si curano gli attacchi di panico?
    L’intervento psicoterapeutico è sicuramente l’aiuto più adeguato in questi casi. In aggiunta, e se necessario, il paziente può ricorrere alla consultazione del neurologo o dello psichiatra per un intervento di tipo farmacologico.
  • E’ necessario ricorrere all’uso di farmaci per il trattamento di ansia e attacchi di panico?
    Solo se i sintomi interferiscono gravemente con il funzionamento dell’individuo causando la menomazione di aree importanti della sua vita. E’ inoltre indispensabile che il paziente accetti l’eventuale prescrizione.
  • Avendo letto dell’importanza dell’aspetto psicologico nel disturbo del colon irritabile, e dato che il mio partner soffre di questo disturbo, vorrei sapere.. qual’è il ruolo della psicoterapia per la soluzione  del  problema del colon irritabile.
    Come sicuramente avrà già letto, non è stata ancora individuata una causa specifica per il disturbo del colon irritabile. Molti parlano di cause psicosomatiche, ma non è possibile affermare con certezza che vi sia una relazione causale diretta tra stress e colon irritabile. Tuttavia sicuramente la persona che soffre di questo disturbo e che sia sottoposta a stress o soffra di problematiche ansiose è maggiormente soggetta ai sintomi caratteristici di questo disturbo.
    Il ruolo della psicoterapia in questi casi non è propriamente quello di "guarire" l'individuo dal disturbo, quanto piuttosto quello di aiutare la persona a fronteggiare ansia e stress, dato che questi fattori contribuiscono al decorso negativo della malattia.
  • E’ possibile che lo stress o ansia eccessiva portino disturbi fisici, malessere generale non localizabbile, stanchezza, dolori alle articolazioni, tensioni muscolari...ecc?
    Le problematiche di ansia, panico e anche di depressione possono portare l'individuo a sperimentare esattamente tutti i sintomi che mi ha descritto. E’ comunque buona regola in questi casi consultare un medico per eseguire accertamenti sulla condizione medica generale e per poter escludere la presenza di patologie o problematiche di natura non psicologica.
    Nel caso in cui fosse accertata l’assenza di disturbi di tipo medico, può essere opportuno intraprenedre un trattamento terapeutico.
  • Buongiorno, volevo sapere se era possibile grazie all'ipnosi cancellare dalla mente immagini o visioni che magari hanno fortemente traumatizzato o suggestionato una persona... grazie!
    Salve, personalmente non utilizzo l'ipnosi e ritengo che non sia possibile cancellare ricordi di esperienze vissute.E' possibile mediante questa tecnica far riaffiorare alla mente ricordi rimossi, ma solo se la persona effettivamente desidera "ricordare". Inoltre non tutte le persone sono ipnotizzabili.Ritengo infine che sia possibile, piuttosto che cancellare, imparare a gestire in un modo che sia funzionale per la persona, esperienze passate dolorose, mediante un percorso terapeutico.
  • Salve, vorrei sapere se la mia paura dei gatti può essere ritenuta una fobia e se può essere curata. non ricordo nessun fatto traumatico specifico, è una paura, anzi vero e proprio terrore, che si è andato formando e stabilizzando negli anni, sicuramente l'avevo già a 18 anni. ora ne ho 55 è troppo tardi per fare qualche cosa? mi hanno detto che quando si cura una fobia automaticamente ne spunta una nuova, c'è del vero in questa banalizzazione che ho fatto di questo fenomeno? La ringrazio...
    Salve, La fobia per i gatti, come ogni altra fobia per animali, oggetti specifici, ecc. può essere ritenuta una fobia che rientra nella categoria "fobie specifiche". Si tratta di una fobia abbastanza comune, che però in genere non risulta invalidante per la persona che ne soffre (di solito è abbastanza circoscritta e non compromette il funzionamento lavorativo, sociale edi altre aree importanti dell'individuo). Per tale motivo in genere è molto raro che una persona richieda per questa un trattamento specifico.
    Non è possibile determinare "a priori" il significato di una fobia, poichè esso assume significati e valenze specifiche a seconda della persona che ne soffre e del suo contesto. Posso però dirle che spesso le fobie specifiche sono legate ad esperienze di apprendimento errate e involontarie: sebbene la persona non ne abbia il ricordo, è probabile che associ esperienze "pericolose" ad oggetti che di per sè non comportano un effettivo pericolo, protraendo nel tempo il comportamento di evitamento nei confronti dell'oggetto stesso, fino a che, senza accorgersene, sviluppa una vera e propria fobia nei confronti dell'oggetto (il gatto ad esempio).
    Non è assolutamente vero che se si cura una fobia, automaticamente ne spunta un'altra.
    Questo tipo di discorso si riferisce alfatto che, se nel trattamento terapeutico di una fobia si interviene solo sul sintomo (ad esempio la paura dei gatti), trascurando ciò che vi è alla radice di essa (ovvero le problematiche della persona che trovano espressione nel sintomo/paura dei gatti), è probabile che la persona guarisca dal suo sintomo, ma che allo stesso tempo le sue difficoltà di base permangano (dato che si è lavorato solo sul sintomo e non su queste difficoltà). Ed è per tale motivo che, tali difficoltà, possono in seguito travare espressione in un altro e diverso sintomo (che può ad esempio essere un'altra fobia).
  • Buongiorno, ......., da un anno soffro sporadicamente di attacchi d'ansia, che diminuiscono e aumentano in base "all'andamento della mia vita". Ho iniziato con episodi di colon irritabile anch'essi altalenanti.  Noto  che nel periodo mestruale e pre-mestruale gli attacchi sono molto più intensi e frequenti. C'è una connessione tra le due cose?
    Salve..... sicuramente esiste una connessione tra l'accentuazione dello stato d'ansia che si avverte nel periodo mestruale o pre-mestruale e il ciclo mestruale stesso.Tenga presente che moltissime donne, che non soffrono di ansia o panico in generale, manifestano durante il periodo mestruale (da 10-12 giorni prima fino all'arrivo del ciclo) alcuni sintomi caratteristici di quella che viene chiamata "sindrome pre-mestruale". Questa si manifesta appunto con i seguenti sintomi: stato di tensione nervosa, ansia, depressione, irrascibilità, a volte capogiri e gonfiore alle mani e al viso, squilibri dell'appetito. Alcuni di questi sintomi sono proprio tipici dello stato d'ansia.Ciò significa che anche se lei non soffre propriamente della sindrome premestruale, è evidente che durante il periodo mestruale i cambiamenti ormonali che normalmente caratterizzano tale periodo e le variazioni umorali che altrettanto normalmente comporta, influiscono in modo particolare sul suo stato emotivo, dato che lei, a prescindere dal ciclo mestruale, presenta sintomi di ansia.
  • G.le dottoressa Lopiano, .... vorrei avere delle informazioni su la consulenza psicologica. Ho sempre avuto dei problemi a relazionarmi con i miei coetanei e una bassa autostima che mi hanno molto limitato e condizionato nella mia vita sociale e provocato stati di malessere, per questo mi sono decisa a voler chiedere una consulenza psicologica per poi eventualmente iniziare un percorso psicoterapeutico se necessario. Ma sono molto confusa perche non saprei a chi rivolgermi, ho trovato il suo sito molto utile per avere alcuni chiarimenti. So che esistono diversi approcci terapeutici ma la consulenza è diversa per ognuna di queste, e in generale in cosa consiste e quali sono i suoii costi? grazie. Saluti
    Salve, è vero, esistono diversi approcci psicoterapeutici ed è spesso difficile scegliere quale sia il più indicato per sè e per le proprie difficoltà. Tuttavia in genere la fase di consulenza psicologica non è così diversa per ogni professionista: la consulenza è una fase spesso preliminare alla psicoterapia, che serve al terapeuta per capire le aree problematiche della persona con cui lavora, ossia per individuare il problema specifico: questa fase è importante soprattutto quando la persona si sente confusa rispetto a ciò di cui ha bisogno e alle proprie difficoltà. Di solito per ogni persona che desidera iniziare un percorso di terapia è prevista una fase di consulenza  che può esitare in una psicoterapia, qualora paziente e terapeuta lo ritengono opportuno (chiaramente la decisione è principalmente del paziente), oppure terminare, se la persona ritiene di aver chiarito ogni suo dubbio rispetto al problema che sta vivento e non ritiene necessario un intervento ulteriore. Personalmente, durante la fase di consulenza, oltre al colloquio, somministro dei brevi questionari, i risultati dei quali vengono riportati e discussi insieme alla persona con la quale lavoro.Una volta terminata la fase di consulenza esprimo al paziente la mia personale opinione rispetto a ciò che ritengo sia opportuno per il caso specifico (continuare o concludere l'intervento e, se continuare....si valuta l'opportunità di proseguire insieme con la psicoterapia).Ovviamente, come le ho già detto, la decisione di proseguire o meno è del paziente.Quanto ai costi in generale di consulenza e psicoterapia, dovendo rispettare un tariffario dell'Ordine Professionale, essi possono variare da un minimo di circa 40 euro ad un massimo di oltre 100 euro a seduta.
  • Come controllare l'ansia e gli pseudo attacchi di panico?
    Salve, in genere il tentativo di stabilire un controllo sull'ansia può produrre effetti di rinforzo per l'ansia stessa.E' possibile imparare a gestire l'ansia e gli attacchi di panico, piuttosto che cercare di controllarla, in genere mediante l'aiuto di un professionista. Non esiste una formula per risolvere le problematiche di ansia. Molte persone trovano giovamento rispetto ai sintomi attraverso un percorso terapeutico; alcuni necessitano della somministrazione di farmaci; molti utilizzano prodotti naturali che aiutano a rilassarsi e ad affrontare situazioni di forte stress (nelle quali la persona ha un rischio maggiore di manifestare attacchi di panico)...dipende dalle caratteristiche della persona, dai sintomi manifestati, dal contesto e da molti altri fattori...
  • Sono feticista: sono malato?Feticismo, tra scelta e disturbo.
    “Fin da ragazzino sono sempre stato attratto sessualmente dai piedi delle donne e soprattutto da un certo tipo di scarpe. Ancora oggi mi eccito molto toccando e baciando i piedi della mia fidanzata ma ho paura che lei se ne possa accorgere. Io sono molto innamorato di lei e mi piace molto ma non riesco a parlare con lei delle mie fantasie. E' normale quello che mi succede oppure ho un problema?”
    Il feticismo è caratterizzato da interesse sessuale per oggetti (dal termine 'feticcio'), come scarpe, calze, mutande, stivali. Nelle situazioni problematiche la persona può eccitarsi solo in presenza dell'oggetto in questione e la sua mancanza può causare agli uomini difficoltà nell'erezione (Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali, American Psychiatric Association, 2000).
    L'eccitazione sessuale legata agli oggetti non è però necessariamente un problema. Anzi, nella maggior parte dei casi, l'utilizzo di determinati capi di abbigliamento è una possibilità di arricchimento all'interno della vita sessuale di una persona e può rafforzare, se condiviso, la complicità sessuale e affettiva della coppia. Alcune persone definiscono la propria tendenza feticistica come una vera e propria 'marcia in più'.
    Sul versante opposto vi sono persone che vivono con vergogna o disagio la propria focalizzazione sessuale verso gli oggetti. In altri casi ancora l'interesse sessuale esclusivo per gli oggetti (per es. scarpe, lingerie, calze a rete, giarrettiere) può ostacolare gravemente o impedire gravemente una vita intima soddisfacente all'interno della coppia.
    Come capire se le proprie 'tendenze feticistiche' sono un disturbo sessuale?
    Il feticismo può essere una “schiavitù” ovvero una “marcia in più” a seconda della propria storia personale e, soprattutto del significato che esso ha nel presente per la persona. In molti casi la terapia del feticismo esita non nella sua eliminazione, ma nel raggiungimento di un maggiore equilibrio e di una maggiore soddisfazione per la persona, soprattutto attraverso il riconoscimento, il rispetto e l'integrazione dei propri desideri sessuali all'interno di un progetto di vita consapevole e non coartato.
    Le mie tendenze feticistiche sono un problema?
  • Le mie tendenze feticistiche mi fanno stare male?
  • Mi limitano eccessivamente nella vita sessuale e sentimentale?
  • A causa di esse faccio del male a persone non consenzienti?
  • Le mie tendenze feticistiche non mi danno una carica quando le realizzo?
  • Sento che le mie tendenze feticistiche sono per me solo una fuga, un modo per non affrontare la mia vita?

                                                                                                                                             Dott. Arturo Mona

  • “Salve Dottore. Mio figlio ha 16 anni ma a volte si comporta ancora come se ne avesse 8. E' un ragazzo intelligente però fa le cose senza pensare mai alle conseguenze. A volte, anche per sciocchezze si arrabbia con me e con il padre e ci dice parole molto brutte. Dopo ci chiede scusa ed è dispiaciuto per quello che ha fatto. Però poi lo rifà da capo. Come ci dobbiamo comportare? ”
    La nostra generazione è estremamente fortunata: siamo vissuti a cavallo di trasformazioni senza uguali nella storia umana: personal computer, telefonini e internet hanno trasformato la nostra vita. Tutto ciò che ci è intorno, oggi è più veloce, immediato e sintetico. Dai film ai libri, dalle notizie del telegiornale alle campagne elettorali.
    'Non farmi pensare', 'Don't make me think'. Questo è il geniale titolo di un libro di Steve Krug (2000) che dà brillanti consigli su come costruire una buona pagina web per un sito internet: la cosa principale è che il visitatore non deve faticare per capire di cosa si tratta; tutto deve essere immediato e visibile. Una pagina web efficace deve essere più simile a un cartellone pubblicitario su una strada a scorrimento veloce piuttosto che ad un romanzo d'autore.
    La maggior parte delle cose che ci circondano seguono questa logica: accattivanti, immediate ed evidenti. Film e libri del terzo millennio hanno ritmi più veloci, immediati e accattivanti di quelli del secolo scorso, decisamente più lenti, verbosi, noiosi, ridondanti e pieni di dettagli superflui.
    Chi ha avuto in tutti questi anni modo di lavorare con bambini e ragazzi sa che i giovani sono sempre più svegli e rapidi nel capire il funzionamento delle cose e nella velocità con cui affrontano ed elaborano le esperienze delle vita; allo stesso tempo nelle nuove generazioni sono sempre più frequenti difficoltà di attenzione e concentrazione, tendenza all'impulsività, difficoltà nella comprensione ed espressione delle proprie ed altrui emozioni, scarsa valutazione del significato e delle conseguenze delle proprie azioni. Basti pensare ai drammaticamente numerosi episodi di cronaca di adolescenti che commettono episodi di violenza con una sconsideratezza e con una leggerezza sconcertanti (come i giovani di Mazzara del Vallo che dopo aver confessato il brutale omicidio di una propria coetanea hanno beatamente chiesto se potevano finalmente ritornare alle proprie case).
    Cosa possiamo fare noi come genitori e come educatori? Come contrastare gli 'effetti collaterali' dei preziosi progressi tecnologici della nostra epoca? Queste che seguono sono alcune semplici ma efficaci strategie.
    Elogio della lentezza: ritagliare dei momenti nella giornata in cui, insieme con i nostri figli, poter fare le cose in maniera distesa e non frenetica, cercando di tutelarli dalla velocità e dalla fretta che la vita comunque gli imporrà da sola (non c'è bisogno che noi ci aggiungiamo la nostra parte).
    Commentare e discutere: per esempio dopo aver visto un film prendersi del tempo per commentare e fare domande ai propri figli: che ne pensi? Ti è mai capitato di sentirti così? Tu che avresti fatto al suo posto? Secondo te perché quel personaggio si è comportato così? A chi pensi di somigliare di più? Perché? Etc. etc.
    Leggere. Leggere insieme. Leggere per loro delle cose: dalle favole per i più piccoli, ai libri per ragazzi, dalle notizie di cronaca alle notizie di calciomercato della propria squadra del cuore. Leggere piuttosto che guardare: le immagini sono preziose perché incisive, sintetiche ed emblematiche, ma non stimolano l'analisi, la riflessione, l'immaginazione e la fantasia. Dato che al giorno d'oggi leggere è il meno accattivante dei passatempi, non ci aspettiamo che basti regalare 'I ragazzi della via Pal' o 'Il pianeta degli alberi di natale' perché ai nostri figli venga voglia di leggerli. Se per noi è importante, troviamo il tempo per leggere insieme.
    Parlare tanto. I nostri figli non avranno problemi ad essere sintetici: sono 'geneticamente mutati' verso la comunicazione sintetica e telegrafica degli sms e delle chat. Forniamo noi in primo luogo un esempio e parliamo, raccontiamo, spieghiamo come ci fanno sentire le cose che ci succedono e cosa abbiamo pensato quando ciò è accaduto. Noi da piccoli lo abbiamo fatto spontaneamente solo perché erano altri tempi. Se vogliamo riflessività, consapevolezza e coscienza di sé dai nostri figli, dobbiamo essere esempio e stimolo, con i fatti (e non con frasi del tipo 'alla tua età io facevo questo, dicevo quello e capivo quest'altro': noi eravamo avvantaggiati).
    Ascoltare tanto. Riconoscere l'importanza di quello che ci viene raccontato: per quanto insignificante possa apparire ai nostri occhi adulti, se i nostri ragazzi lo hanno raccontato è perché per loro non è poi così insignificante. Allo stesso modo è importante fare domande per aiutare i nostri figli a raccontare e a raccontarsi. Domande però e non interrogatori, verifiche o interrogazioni: domande su come si è sentito, su cosa ne pensa adesso; quello che non serve assolutamente è chiedere cosa ne pensa per poi dimostrargli che si sbaglia, che ci avrebbe dovuti ascoltare, che deve crescere ancora e che così lui/lei non va bene.

                                                                                                                                                            Dott. Arturo Mona

"Soffro di problemi di ansia da 7 anni. [...] Mi hanno consigliato anche di fare un corso di yoga. Pensa che potrebbe essermi di aiuto per eliminare del tutto le sensazioni di ansia che a volte ancora mi tormentano?"
Dal panico all'ansia sociale, dallo stress alle disfunzioni sessuali. Prima o poi qualcuno ce lo consiglia: "Perché non provi a fare yoga? Una mia amica lo ha fatto e da allora etc. etc.".
Pratico personalmente yoga dal 1998 e, data anche la complessità del mondo dello yoga, mi è difficile dare risposte semplici e valide per tutti i casi in generale.
L'utilità dello yoga, praticato correttamente, in generale, è indubbia. Preferisco piuttosto parlare dei suoi rischi: se una cosa è efficace, può anche essere dannosa; se (giustamente) pensiamo/speriamo che lo yoga ci possa aiutare, avviciniamoci ad esso con rispetto, serietà e cautela. In fondo è un po' come con il fuoco: è prezioso e utile, ma se non si è attenti ci si può bruciare.
Ma a che cosa bisogna stare attenti? Quali sono le domande più preziose?
-Mi posso fidare di chi conduce il corso? - Indispensabile avere risposte almeno a queste domande: Dove e con chi ha imparato? Per quanto tempo ha seguito il corso? Dopo quanto tempo ha iniziato a insegnare? Da quanto tempo insegna? Quali aspetti dello yoga ha studiato/praticato: Bhakti Yoga, Karma Yoga, Ashtanga Yoga, Hatha Yoga, Kundalini Yoga (se non sa neanche la differenza o se non ve la sa spiegare bene, io lascerei perdere)?
-Mi fido di chi conduce il corso? - Solo dopo aver avuto una risposta valida alle domande di sopra, chiediamoci se sul serio ci fidiamo di chi abbiamo davanti. Se qualcosa, per qualsiasi motivo, dovesse andare storto (un lieve malore, un mal di pancia, un momento inaspettato di disagio o di dolore fisico e/o mentale), chi conduce saprebbe cosa fare?
-Come sto (durante)? - È decisamente la domanda più importate (se siete arrivati fin qui vuol comunque dire che vi potete fidare ed effettivamente vi fidate di chi conduce il corso). In qualsiasi momento, soprattutto all'inizio, chiedetevi (1) "cosa state provando?": quali sensazioni fisiche e quali emozioni (la risposta 'niente' non esiste) e (2) "mi piace o non mi piace quello che sto provando?". Io consiglio di annotare tutto, almeno nei primi mesi, in un "diario dello yoga". Se c'è qualcosa che vi sembra strano oppure un po' spiacevole, parlatene con chi conduce. Ma se la risposta non vi convince al 100%, lasciate perdere: lo yoga non vi sta facendo bene e non val la pena andare avanti.
-Come sto (dopo)? - Praticare yoga non è come farsi fare un massaggio: va bene che ci fa rilassare lì per lì, sul momento, ma dovrebbe/potrebbe avere effetti che si ripercuotono in maniera più estesa (soprattutto le primissime volte che lo si pratica e poi, a volte insapettatamente e con maggiore intensità, dopo i primi 3-4 mesi). Chiediamoci (e eventualmente annotiamolo nel Diario) se durante la vita di tutti i giorni ci è capitato di provare (1) sensazioni fisiche e/o (2) emozioni collegate in qualche modo all'esperienza che stiamo facendo con lo yoga.
-Cosa mi aspetto? - Questa è la domanda che ci si deve porre proprio all'inizio. Perché vado a fare un corso di yoga? Cosa mi può dare? Sicuramente sono moltissime cose: tecniche per rilassarsi, per imparare ad ascoltare il proprio corpo e per scoprire come coccolarlo e/o stimolarlo, ma anche una filosofia di vita ed un approccio 'diverso' alla spiritualità e al contatto con gli altri e con il mondo. Però non è il caso di fare un corso di yoga per risolvere un disturbo di ansia o panico: può essere un prezioso strumento in più. Però se una nostra difficoltà è diventato un vero e proprio 'problema', lo yoga non può essere usato come 'terapia'.

                                                                                                                                                             Dott. Arturo Mona