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Studio di Psicologia e
Psicoterapia a Roma

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“Prevenzione e Trattamento del Disagio Psicologico a Roma”

 A cura della  dott.ssa Ida Lopiano, Psicologa e Psicoterapeuta
             
e del  dott. Arturo Mona,
Psicologo e Psicoterapeuta

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I VANTAGGI DELL’USO DI UN PIANO DI TRATTAMENTO GENERALE PER L’INTERVENTO TERAPEUTICO

Nel discutere i vantaggi dell’uso di un piano di trattamento farò riferimento ai modelli di Makover, Ware e Joines, e Novellino, integrando la teoria di tali autori con la mia visione personale.
Makover (1996) definisce piano di trattamento come un”accordo consensuale” tra terapeuta e cliente; una sorta cioè di compromesso tra ciò che il primo può offrire nell’accogliere una domanda e ciò che il secondo si aspetta di ottenere al termine di un percorso terapeutico.
Dall’analisi di tale definizione risulta chiaro un primo vantaggio derivante dall’uso di un piano di trattamento: il confronto tra richiesta e disponibilità di azione rappresenta sicuramente un presupposto per la definizione e il mantenimento di una direzione chiara e coerente della terapia. Infatti, sebbene ritengo non sia sempre necessario condividere con il cliente ciascuna delle fasi del processo di pianificazione di un intervento, è fondamentale il confronto rispetto allo scopo principale che il cliente intende perseguire, al fine di evitare di procedere su direzioni diverse. Risulta pertanto estremamente utile la programmazione dell’intervento, che “abbozza” in anticipo ciò che accadrà, attraverso la specificazione di mete e passi intermedi necessari al raggiungimento dell’obiettivo finale. Codificare il processo terapeutico attraverso regole procedurali permette al terapeuta di monitorare costantemente i progressi fatti dal cliente attraverso il confronto tra ciò che viene da questi riferito e ciò che è stato stabilito (ad esempio come meta, o sotto obiettivo) durante la pianificazione. Consente inoltre la verifica finale dell’efficacia del trattamento, oltre che dei risultati intermedi raggiunti durante lo svolgimento. Sulla base di ciò, un piano di trattamento flessibile permette di mantenere l’impegno terapeutico rispondendo ad esigenze individuali, in quanto il terapeuta ha la possibilità di modificare il piano di trattamento nei suoi diversi punti (ad esempio mete, strategie, tecniche), in relazione a ciò che il cliente riferisce rispetto ai passi fatti e progressi ottenuti. Quanto più il cliente ha definito in modo chiaro e concreto bisogni e aspettative rispetto alla terapia, tanto più efficace risulterà un piano di trattamento in quanto risultato di una collaborazione rispetto agli obiettivi e della partecipazione attiva e responsabile del cliente al processo terapeutico.
Nell’ambito delle terapie brevi, l’uso di un piano di trattamento favorisce un impiego efficace del tempo nella terapia, delimitando obiettivi, metodi di intervento e aree di discussione, in relazione al numero di incontri previsti.
Nel processo di pianificazione del trattamento dei diversi stadi della terapia, occorre in primo luogo tener conto della motivazione e delle aspettative generali espresse dal cliente in forma esplicita o implicita. Rispetto a questo punto, un invio da parte di una terza persona o struttura, all’interno del quale il cliente non sia riuscito a ritagliarsi una motivazione personale nella richiesta di un percorso terapeutico, può ostacolare il processo di definizione di uno scopo finale condiviso, che rappresenta un elemento di base per la pianificazione del trattamento. Se infatti una pianificazione inadeguata può ostacolare la collaborazione e l’alleanza, una scarsa motivazione personale può condurre ad una pianificazione inefficace.
Un altro elemento che prendo in considerazione nel pianificare il trattamento, è rappresentato dalle ipotesi diagnostiche elaborate attraverso la somministrazione di test e colloqui finalizzati all’esplorazione del problema. L’analisi delle principali difficoltà portate in terapia e l’individuazione dei processi disfunzionali messi in atto, mi permette di definire con chiarezza lo scopo della terapia (cosa ha bisogno di imparare e che è funzionale), da negoziare con il mio cliente. L’elaborazione della diagnosi mi aiuta dunque a organizzare un quadro clinico del cliente che mi permette di fare previsioni sul suo comportamento futuro e sul corso del trattamento, oltre che in termini di strategie di intervento efficaci e adeguate al paziente. Accanto alle ipotesi diagnostiche, ritengo fondamentale considerare il tipo specifico di problema presentato in terapia, per definire quale approccio specifico potrà risultare utile per risolvere quel problema (la strategia cioè più efficace), e con quale tecnica è possibile metterla in atto.
Trovo interessante il sistema di riferimento elaborato da Ware(1983) e Joines (1986), per stabilire linee strategiche di intervento considerando le “porte terapeutiche” del cliente, ; cioè i tre livelli cognitivo, emotivo e comportamentale di funzionamento. Gli autori distinguono:
- la porta aperta; ossia il livello di funzionamento tipico della personalità, cui il terapeuta può fare riferimento per stabilire
  l’alleanza.
- la porta trappola; che può portare a un blocco della relazione terapeutica
- la porta bersaglio; ossia il livello di funzionamento a cui il terapeuta deve portare il cliente.
Questo schema si rivela particolarmente utile nella definizione, all’interno di un piano di trattamento, delle strategie adeguate ad un particolare livello di funzionamento.
Infine, nella fase di conclusione della terapia, gli elementi cui presto particolarmente attenzione riguardano i progressi fatti dal cliente, confrontando ciò che egli riferisce con i risultati attesi. In particolare ritengo utile sollecitare l’esplicitazione in termini concreti e chiari dei passi fatti (ad esempio attraverso la richiesta di esempi che indichino la messa in atto di nuove opzioni piuttosto che vecchie modalità disfunzionali all’interno di situazioni problematiche). Questo mi aiuta a verificare il raggiungimento degli obiettivi pianificati.
Nel lavoro con i pazienti utilizzo un programma di pianificazione del trattamento suddiviso nelle quattro fasi strategiche di Alleanza, Decontaminazione, Deconfusione e Riapprendimento (Novellino 1998). Ciò mi permette di dare una chiara direzione ai miei interventi durante il processo terapeutico, tenendo conto dello scopo finale concordato, dei passi e sottopassi stabiliti. Attraverso lo schema di riferimento elaborato posso così tracciare una linea guida per il trattamento, che mi consente di avere una visione globale rispetto a obiettivi, strategie e tecniche da utilizzare nel lavoro terapeutico. In questo modo, e solo avendo un chiaro programma di intervento, ho la possibilità di modulare i miei interventi in maniera flessibile, monitorando i risultati ottenuti.

                                                                                                                                                  Dott.ssa Ida Lopiano

 

 

 

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