Mentre il primo agisce direttamente sulla vittima con atteggiamenti aggressivi e prepotenti e con l’obiettivo di dominare chi è più debole (e spesso non è in grado di difendersi), il “bullo gregario”, più ansioso e insicuro, aiuta e sostiene il bullo dominante, alla ricerca della propria identità e auto-affermazione all’interno del gruppo. Quanto alla “vittime”, esse presentano in genere tratti caratteristici quali scarsa autostima e fiducia in sé; sono spesso ansiosi e insicuri, mostrano difficoltà nell’esprimere la rabbia. Mentre i bulli hanno quindi più probabilità da adulti di manifestare comportamenti antisociali, chi assume il ruolo di vittima rischia di sviluppare, a lungo andare, livelli di autostima sempre più bassi, crisi di ansia e forme di depressione che possono condurre fino a comportamenti di autolesionismo e gesti suicidari. Per inquadrare il fenomeno del bullismo occorre prendere in considerazione diversi aspetti:
il primo aspetto riguarda il ruolo delle famiglie (e in particolare degli stili educativi parentali) quali contesti di apprendimento di regole e valori . Ovviamente non è possibile stabilire un nesso di tipo causale tra il modello educativo fornito dai genitori e la manifestazione di comportamenti violenti e coercitivi da parte del bullo. Tuttavia il bambino potrebbe aver interiorizzato schemi di comportamento disfunzionali e socialmente inadeguati (gli atteggiamenti da bullo), all’interno di un contesto familiare in cui gli stili educativi sono fondati sulla violenza coercitiva, prevaricazione e tendenza al controllo-sottomissione dell’altro. In questa ottica il bullismo troverebbe la sua principale motivazione nell’affermazione della dominanza e del controllo interpersonale. Il secondo aspetto riguarda il ruolo del contesto socio culturale: il “bullo” è frutto di una società fondata sulla sopraffazione, che persegue modelli di forza e potere e distingue gli individui in forti e deboli, vincenti e perdenti. L’affermazione di sé all’interno del gruppo attraverso l’uso della forza non assume solo una connotazione negativa, ma rappresenta spesso un modello “positivo” e “vincente” da emulare. Questo avviene soprattutto all’interno del contesto degli adolescenti, dove l’uso della violenza rappresenta un comportamento a servizio dell’autorealizzazione e dell’affermazione di sé all’interno del gruppo dei pari e il bisogno di assertività si confonde con aggressività e prevaricazione. Cosa fare? Sicuramente la famiglia e la scuola assumono un ruolo determinante nel fornire al bambino-adolescente un modello educativo autorevole piuttosto che autoritario e punitivo o permissivo e senza limiti. E’ all’interno di questi contesti che il bambino può sviluppare competenze pro-sociali quali assertività e capacità di gestire l’aggressività in modo efficace; fiducia in sé e tolleranza alle frustrazioni, all’interno di un clima di valorizzazione delle qualità personali piuttosto che di svalutazione e punizione. Dott.ssa Ida Lopiano |