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Che cos’è l’ansia da esame

Con il termine “ansia da esame”, si fa riferimento allo stato di ansia che colpisce gli studenti nelle vicinanze di un esame  o durante l’esame. L’ansia si  manifesta di solito con alcuni sintomi tipici: insonnia, nervosismo, irritabilità, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria, pensieri catastrofici o preoccupazioni ossessive rispetto all’esame,  sintomi psicosomatici quali difficoltà digestive, nausea, diarrea, mal di testa.

L’ansia sperimentata in prossimità dell’esame può essere un fattore positivo per lo studente, poiché è dimostrato che l’attivazione che essa determina è spesso connessa ad un miglioramento della prestazione: sentirsi ansiosi prima dell’esame può ad esempio indurre la persona ad una maggiore concentrazione e ad uno studio più intenso e dettagliato, proprio in relazione al timore di non superare l’esame.

Tuttavia, se lo stato d’ansia aumenta e persiste durante l’esame, e se è presente in modo grave, può ostacolare la prestazione, interferendo ad esempio con la capacità di concentrazione e la memoria. Se dunque la presenza di ansia come aumento della tensione e dell’attivazione aiuta, l’ansia eccessiva al contrario ostacola la prestazione.

Le possibili cause.

Non è possibile fornire una unica spiegazione, ovvero una serie di cause che in generale concorrono a generare l’ansia d’esame, che prescinde dalle caratteristiche e dalle differenze individuali. Tuttavia è possibile riflettere sui fattori interpersonali, intrapsichici e cognitivi che spesso vengono riscontrati nelle persone che presentano ansia da esame, facendo riferimento sia alla letteratura in psicologia che alla mia esperienza clinica. L’ansia da esame è spesso connessa a quel tipo particolare di ansia che viene chiamata ansia da prestazione. Questa consiste nello stato di tensione e apprensione che viene sperimentato quando la persona si trova a dover effettuare una prestazione in un contesto all’interno del quale si sente giudicato e valutato dagli altri, e in modo particolare da persone (come i professori), ai quali riconosce autorità. Di solito l’ansia è connessa alla autostima: la persona che teme un brutto voto, o di fare “scena muta”, o ancora di dire “cose sbagliate” durante l’esame, spesso considera la disapprovazione espressa da un professore come un attacco in tutto e per tutto alle proprie capacità personali e alla propria intelligenza, e il fallimento di un esame come una disconferma di sé come persona. Non riesce cioè a contestualizzare e circoscrivere l’eventuale fallimento o magari solo la risposta sbagliata data, alla situazione d’esame. Ecco che il fallimento all’esame diventa di per se “Il proprio fallimento” ed è associato ad una serie di pensieri autodvalutanti quali “non valgo nulla….non sono capace, non sono abbastanza bravo….fallisco in tutto quello che faccio”. Di solito i pensieri negativi sono presenti anche prima dell’esame. Sono in genere pensieri catastrofici del tipo: “non ce la farò mai”, se non passo l’esame è una tragedia”. Sicuramente il timore di essere esposti al giudizio e alla critica è uno dei fattori che maggiormente contribuisce a generare l’ansia da esame: ma perché e da dove nasce questo timore? A nessuno piace sentirsi giudicato , criticato o svalutato, ma non tutti manifestano ansia in previsione del fatto che ciò potrebbe verificarsi in una determinata circostanza. Ci sono persone che, più di altre, trascorrono molto tempo a cercare di prevedere quali saranno le reazioni dell’altro (il professore appunto), e tali previsioni sono in genere negative (“Di sicuro darò risposte sbagliate e il professore mi mortificherà di fronte a tutti…” , oppure: “farò scena muta e tutti mi osserveranno in attesa che dica una parola…e così andrò nel pallone”). Riflettiamo a questo punto sui pensieri negativi che sostengono l’ansia da esame: non  ce la farò, verrò umiliato, mortificato, ridicolizzato; sarà un fallimento, non sono capace, non valgo nulla. Se leggiamo con attenzione queste frasi possiamo notare come esse rappresentino da una parte delle critiche-svalutazioni, che rivolgiamo a noi stessi (“non valgo nulla”, “non sono capace”); d’altra parte sono una sorta di profezie che si autorealizzano: se io trascorro molto tempo a pensare, durante l’esame a quale sarà la reazione degli altri nei miei confronti, è molto probabile che sarò molto meno concentrato sull’esame; molto meno attento e quindi molto meno efficace nella prestazione. In queste condizioni è altrettanto probabile che commetterò degli errori nel rispondere alle domande del professore durante l’esame, come è probabile che, continuando in questo modo, finirò per fare scena muta. Se la mia attenzione è rivolta a tutto questo anziché essere, come dovrebbe, orientata al compito, la prestazione effettuata ne risentirà pesantemente. Ecco che allora avrò dimostrato a me stesso che avevo ragione a pensare che non ce l’avrei fatta a superare l’esame, che avrei “fatto una figuraccia”, ecc…: la mia profezia si è avverata, ed io mi sono confermato che non valgo nulla e che non sono capace. A questo punto potremmo chiederci perchè alcune persone  tendono in modo particolare a criticarsi-svalutarsi o temono più di altre il giudizio degli altri, ma queste ragioni vanno ricercate nella storia individuale di ogni persona. Possiamo però fare delle ipotesi: è possibile che, nella nostra esperienza relazionale (nel rapporto con i genitori o le altre figure di accudimento, ad esempio), abbiamo ricevuto messaggi svalutanti quali “non sei abbastanza bravo, sei incapace, non ce la farai…”, che abbiamo interiorizzato, inserito all’interno dei nostri schemi cognitivi, e che tendiamo a riproporre da adulti. Se ad esempio da bambino venivo continuamente mortificato per ogni sbaglio commesso, è probabile che da adulto, ad ogni prestazione, riproporrò il timore di essere mortificato dall’altro, poiché questo tipo di esperienza relazionale fa parte di me e del mio modo di percepire, sentire, pensare e comportarmi. E’ anche probabile che tenderò a dare a me stesso (o agli altri) gli stessi messaggi svalutanti ricevuti da bambino: ecco che allora il bambino che veniva mortificato dal genitore per ogni errore commesso, con l’attesa che fosse perfetto in ogni cosa, tenderà da adulto a pretendere da se stesso la stessa perfezione e si darà messaggi svalutanti a prescindere dai risultati raggiunti (“tanto non ce la farò…non valgo nulla…”).

Cosa fare?

Sicuramente l’apprendimento di strategie e tecniche utili per diminuire la tensione prima e durante l’esame, imparare a rilassarsi, come anche migliorare l’autostima e la sensazione di autoefficacia personale, migliorare l’assertività e imparare a pensare in maniera positiva anziché catastrofica, è fondamentale per chi soffre di ansia da esame.Tuttavia occorre in primo luogo acquistare piena consapevolezza dei messaggi negativi (critiche, svalutazioni) che la persona da a se stessa, ossia dei modi in cui egli stesso si impedisce di sentirsi sereno durante l’esame e di raggiungere risultati soddisfacenti. Occorre cioè individuare il proprio processo disfunzionale (chiedersi “cosa faccio io stesso per impedirmi di…essere rilassato, rispondere alle domande assertivamente…? Anziché cercare di capire “come mai mi capita tutto ciò…?). E’ importante riacquistare in questo modo la propria responsabilità personale nel mantenimento dei propri sintomi, considerando l’ansia che sperimentiamo come una conseguenza dei nostri processi disfunzionali piuttosto che un nemico esterno che “ci colpisce togliendoci il controllo”. Solo in questo modo possiamo dare un senso ai nostri sintomi e riconoscere a noi stessi il potere di cambiare. Ma non sempre la consapevolezza è sufficiente per determinare il cambiamento. E’ importante che la persona impari a darsi messaggi positivi in alternativa alle svalutazioni-critiche, e a costruire nel tempo esperienze relazionali gratificanti che sostituiscano quelle negative e insoddisfacenti. Solo in questo modo potrà cambiare i suoi pensieri, emozioni e comportamenti.

      Dott.ssa Ida Lopiano